La guerra del jeans. Tra moda e sprechi

I jeans hanno spopolato ben 145 anni fa - il moderno jeans in denim fu inventato nel 1871 dal sarto Jacob Davis, che aggiunse ai pantaloni in denim usati da cercatori d'oro e minatori i rivetti in rame per rinforzare i punti più soggetti a usura - e sono diventati simbolo universale dello stile casual.

Inquinamento ambientale e problemi di salute, sono pensieri che non si fanno al momento in cui ci si sente chiamare alla cassa per pagare il proprio acquisto, eppure ci sono concetti e numeri che bisogna tenere presenti per evitare una deriva. L'inquinamento è duplice: riguarda sia gli aspetti legati all'agricoltura che quelli industriali di lavorazione del pantalone.

Innanzitutto, in un momento storico in cui il pianeta soffre di scarsità di risorse idriche, quello del cotone è un raccolto che richiede grandi quantità d'acqua. Non solo, per stare dietro alla sempre crescente domanda i produttori fanno un uso sconsiderato di prodotti chimici e pesticidi.

Dal cotone grezzo alla vetrina scintillante, peró, ci sono diversi passaggi. Innanzitutto la colorazione del filo con il caratteristico blu: anche qui si fa grande uso di prodotti chimici. Se poi servono rifiniture particolari le cose si complicano: come per lo sbiancamento, che richiede l'uso di sostanze chimiche dannose per gli operai.

Un rebus planetario, ma il consumatore si può informare e sposare la causa del riciclo, senza soccombere alla logica del fast fashion in base alla quale i nostri armadi dovrebbero avere 10 piani. Si ricicla, si riusa e si risparmia.

Non solo tenendo conto di cosa già abbiamo nell'armadio – un capo sciupato può diventare qualcos'altro, come un pantalone si trasforma in una borsa – ma anche andando a caccia di abiti usati garantiti o di affari nei negozi del vintage.

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