I costi del fast fashion: inquinamento ambientale e vite umane

Un’industria continuamente in moto, alla ricerca del modo migliore per convincere le persone ad acquistare indumenti sempre nuovi – spesso anche a cadenza settimanale – che poi vengono velocemente rimpiazzati da altri: il denominatore comune?

La scarsa qualità, che li fa diventare subito vecchi e sciupati. Il punto è che dietro questo mercato vorticoso, tanto comune nei Paesi più ricchi, c’è una manodopera con paghe da fame. L’obiettivo dei marchi a basso costo è quello di produrre tonnellate e tonnellate di vestiti che vengono poi venduti per pochi euro.

La produzione di queste industrie viene delocalizzata, avviene nei Paesi in via di sviluppo dove la manodopera costa anche dieci volte meno rispetto ai Paesi dell’Occidente. Stiamo parlando di India, Etiopia e Cambogia ma non solo.

Paesi dove purtroppo la maggior parte degli operai è composta da bambini e donne. Lo ‘stipendio’? Tre euro al giorno, senza le condizioni minime né di sicurezza né spesso di igiene (basta pensare al crollo di una fabbrica nel 2013 in Bangladesh, nel quale morirono 1100 persone che lavoravano in totale mancanza di sicurezza).

Ma è davvero così difficile realizzare, mentre si ‘sfogliano’ gli abiti appesi nei negozi low cost, che quel certo oggetto ha una storia di miseria e una scia di disperazione tra le sue fibre?

Perché chi si riduce a fare l’operaio per cucirlo, inserito in un vero processo di imperialismo produttivo, lo fa dal momento che non ha la minima altra scelta ed è spinto da un bisogno animale: la necessità di sopravvivere.

Un circolo vizioso pericoloso, dove anche l’acqua e la terra di questi Paesi disperati vengono inquinate dagli agenti chimici liberati dalle industrie di moda durante la produzione sfrenata. Per realizzare una sola maglietta servono tremila litri d’acqua, la stessa che noi beviamo nell’arco di tre anni.

E i jeans? Di litri ne servono dieci/undicimila. Un costo insomma che, alla luce di quanto abbiamo detto, è sì ambientale ma che ancora troppo spesso si traduce anche in costo di vite umane.

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