80 miliardi di capi d'abbigliamento

Ogni anno si consumano oltre 80 miliardi di capi d'abbigliamento, in pratica ogni secondo che passa nel mondo si butta via un camion pieno di vestiti.

La provenienza e l’area di produzione di questi ultimi è sempre più spesso l'Asia orientale e meridionale, insomma zone lontanissime da quelle dove avviene il maggior consumo e commercio di abiti: stiamo parlando dell'America e dell'Europa.

Ecco, prima ancora dell'acquisto degli abiti - che specie se sregolato perché legato alle maxi catene low cost può finire per delineare uno spreco - e a prescindere dal tessuto con il quale essi sono realizzati, la principale fonte di inquinamento è legata al loro trasporto e al connesso dispendio di energie che il circuito delle vendite mette in moto.

L'impatto sull'ambiente per quanto riguarda l'industria della moda a livello planetario va oltre la produzione e la vetrina del 'fast fashion'. Ammettiamo di aver acquistato quegli abiti-feticci che riempivano le vetrine durante l'estate: l'anno dopo saranno considerati 'già passati' e magari finiranno nel bidone della raccolta indifferenziata.

Secondo una stima realizzata dalle Nazioni Unite, purtroppo, l'85% dei vestiti che vengono prodotti finisce 'perso' nella discarica mentre solo l'1% entra nel circuito virtuoso del riciclo. Dunque si produce tanto, inquinando anche di più.

Poi si butta via tutto e non si ricicla nulla, configurando uno spreco. Tutta un'altra storia rispetto al riuso consapevole, che mette in moto la macchina del vintage: nessun nuovo capo, modelli dallo stile ben definito e tessuti di qualità superiore. Un dato importante, visto che rispetto a una ventina di anni fa le persone comprano il 60% di vestiti in più.

La cosa migliore, prima che i cambiamenti climatici siano irrecuperabili, è agire sulla leva del consumo informato. L'allarme, sempre più urgente, legato al riscaldamento globale naturalmente è un problema trasversale, che riguarda ogni settore, ma l'importante è invertire la tendenza del pianeta della moda – per emissioni e inquinamento seconda solo all'industria petrolifera – nei prossimi anni.

Magari rivolgendosi a quel settore che guarda all'usato sicuro, anziché alla grande catena a basso costo che propone tessuti anche pericolosi per la pelle.

I tempi di biodegradabilità di un tessuto sintetico in natura? 500 anni.

 

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