Ambiente

Sono belli, colorati e ogni donna ne ha a bizeffe. I trucchi e i cosmetici fanno parte integrante della vita di tutti i giorni, ma anche qui: occhio alle plastiche nascoste.

Il blog di Sofia Vintage sostiene l’adozione di politiche volte al risparmio e al riuso, al rispetto dell’ambiente e di un’economia davvero circolare dove gli oggetti – in particolare i capi d’abbigliamento – possano avere due, dieci, venti ‘nuove vite’ senza dover sottostare al sistema fallimentare dell’usa e getta.

Riuso, second hand e riciclo, triplice alleanza internazionale. Visto come negli ultimi tempi è fiorito l'ingegno per l’inserimento di materiali riciclati nei cicli produttivi della aziende di abbigliamento

Il primo (clamoroso) passo verso l'abbandono delle pellicce - per alcuni decenni vero e proprio status symbol e indicatore di benessere per signore altolocate - arrivò dall'Inghilterra a inizio anni Duemila, quando furono messi al bando i caratteristici copricapo in pelliccia d'orso utilizzati dalle guardie di Sua Maestà la regina Elisabetta.

Si chiamano 'scarti' e invece sono il futuro. Un futuro sostenibile dove tutti possono fare la loro parte. Il segreto?

Se ne parla poco, ma il problema è reale e imminente. Quello delle cosiddette 'migrazioni climatiche' coinvolge e investe una grande quantità di ambiti del nostro quotidiano.

Gente comune, certo. Ma anche tante teste coronate e vip di Hollywood hanno da tempo fatto una scelta consapevole e sono passati all'abbigliamento vintage che rispetta l'ambiente.

Le notizie sono due: una buona e una cattiva. Da quale cominciamo?

Le notizie sono due: una buona e una cattiva.

Lo sapevi che dagli anni '60 la produzione di plastica è cresciuta del 9% ogni anno?

Ogni anno si consumano oltre 80 miliardi di capi d'abbigliamento, in pratica ogni secondo che passa nel mondo si butta via un camion pieno di vestiti.

La provenienza e l’area di produzione di questi ultimi è sempre più spesso l'Asia orientale e meridionale, insomma zone lontanissime da quelle dove avviene il maggior consumo e commercio di abiti: stiamo parlando dell'America e dell'Europa.

Sembra difficile da realizzare il fatto che ogni volta che si compra un vestito nuovo si finisce per inquinare l’ambiente e il pianeta. Ma è così. La gestione dell’armadio, così come quella del portafoglio, non è uno scherzo.

Ma una vera e propria sfida dei tempi moderni, che mette in moto non soltanto la moda e dunque il commercio ma anche l’ambiente e l’ecosistema che ci circonda. A confermarlo ci sono i numeri, visto che ogni anno l’industria dell’abbigliamento produce qualcosa come 200 milioni di tonnellate di anidride carbonica. La maggior parte degli abiti che sono in circolazione sono realizzati con dei tessuti di tipo sintetico e in modo particolare con il poliestere.

C'è una statistica che parla chiaro: le donne sono portate a fare quasi trecento volte il cambio del guardaroba nell'arco della loro vita.

Vi sembra tanto? Lo è, in effetti.

Il mondo moderno parla chiaro e chiede di rimboccarsi le maniche nel nome del risparmio.

Che non è solo quello che riguarda le nostre tasche, ma che punta anche e soprattutto dritto verso il consumo smodato di risorse e la distruzione ambientale. Bisogna innanzitutto dire che il fast fashion si sta sempre più qualificando come una vera rovina dei tempi di oggi. Una moda 'tossica', che porta il mondo dei vestiti al secondo posto dietro al petrolio in tema di inquinamento.

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